Arrendersi – Come si impara a stare zitti

Allego un brano un po’ lungo ma significativo da  Il bambino inascoltato di Alice Miller In questo testo puoi risentire uno dei primi momenti in cui, probabilmente, hai imparato in modo profondo a rassegnarti. Leggilo, se ti va, e lasciati toccare emotivamente perché risentire il dolore che hai provato ed è rimasto congelato nel corpo, è già cominciare a guarire.

Il primo passo per guarire significa, secondo me, ritrovare tenerezza per te e per la dignità dei tuoi sentimenti ignorati in momenti cruciali della tua esistenza.

  • Marco Meini

COME S’IMPARA A STAR ZITTI

Nei «reparti maternità» del mondo occidentale c’è poca speranza di trovare consolazione. Il neonato, la cui pelle reclama il contatto primigenio da parte di un morbido corpo vivente, irradiante calore, viene avvolto invece in un panno asciutto e sterile. Per quanto egli possa gridare, viene deposto in una scatola, dove resta abbandonato a un vuoto straziante, nel quale non v’è sorta di movimento (per la prima volta nella sua esperienza corporea generale, durante i milioni di anni della sua evoluzione o della sua beata eternità nell’ utero). L’unico suono che egli può udire è l’urlo delle altre vittime, che stanno soffrendo le medesime indicibili torture infernali. Questo rumore non può significare nulla per lui. Egli urla a più non posso: i suoi polmoni non abituati all’aria vengono sottoposti a uno sforzo eccessivo dalla disperazione che grava sul suo cuore. Non arriva nessuno. Poiché la sua natura lo porta a credere che la vita sia giusta, egli fa l’unica cosa che può fare: continua ancora a urlare.

Infine si addormenta esausto… come se fosse passata un’eternità. Si sveglia con angoscia, inconsapevole del silenzio, dell’assenza di movimento. Urla. Arde dalla testa ai piedi dal desiderio, mosso da un’impazienza intollerabile. Spalanca la bocca in cerca di aria e urla, urla sino a che il rumore non riempie la sua testa, che si mette a pulsare. Urla sino a che il petto gli duole, sino a che la sua gola è ferita. Non riesce a sopportare oltre il dolore; i suoi singhiozzi si affievoliscono sino a spegnersi del tutto. Si mette in ascolto. Apre e chiude i pugni.

Ruota la testa da una parte all’altra. Ciò non gli dà sollievo. Il disagio è insopportabile. Ricomincia a urlare, ma per la sua gola lo sforzo è troppo forte; presto smette di nuovo. Irrigidisce il suo corpicino torturato dal desiderio e dalla nostalgia, e avverte un briciolo di sollievo. Agita le mani e scalcia con i piedi. Si ferma, capace di soffrire, ma incapace di pensare, incapace di sperare. Sta ad ascoltare. Poi si riaddormenta. D’un tratto si sente sollevare; ritornano le sue attese rispetto a ciò che gli toccherà. Gli tolgono il pannolino bagnato. Sollievo. Mani calde e vive toccano la sua pelle. Gli sollevano i piedi e gli si avvolge intorno ai fianchi un nuovo pezzo di stoffa, asciutto e inerte. D’un tratto è come se non ci fossero mai stati né mani tenere e affaccendate, né pannolini bagnati. Non v’è alcun ricordo cosciente, non rimane traccia di speranza.

Il neonato si trova in un vuoto insopportabile, al di fuori dello scorrere del tempo, nell’immobilità e nel silenzio, traboccante di desiderio insaziabile. Il suo continuum mette alla prova le misure di emergenza, ma queste sono semplicemente adatte a colmare delle lacune in un trattamento per il resto adeguato o a domandare sollievo a qualcuno che si presume che lo vorrà portare. Per il caso estremo il continuum non può presentare soluzioni. La situazione supera la portata della sua sia pur immensa esperienza. Già dopo pochissime ore da che respira, il piccolo ha ormai raggiunto un grado di alienazione dalla natura sua propria, che si trova al di là delle forze salvifiche del potente continuum.

Il periodo della sua permanenza nell’utero fu, con ogni probabilità, l’ultimo periodo che egli poté passare in quello stato di ininterrotto benessere, in cui, secondo l’attesa in lui innata, avrebbe dovuto trascorrere tutta la sua vita. La sua natura è fondata sull’ipotesi che la madre si comporti in maniera adeguata, e che le motivazioni e l’agire, che ne è conseguente, serviranno naturalmente l’uno all’altro. Arriva qualcuno che lo solleva delicatamente. Il piccolo si anima. Per i suoi gusti lo si prende con troppe cerimonie, ma perlomeno qualcosa si muove. Ora si sente al posto giusto. Tutta la passata agonia non esiste più. Si trova avviluppato da un abbraccio; e sebbene la sua pelle non possa ricevere, attraverso la stoffa, alcuna impressione di sollievo, nulla che annunci la prossimità di una carne viva a contatto con la sua, le mani e la bocca lo rassicurano che tutto è normale. La gioia di vivere, che è una condizione normale del continuum, è pressoché perfetta. Ecco il sapore e la forma del seno, ecco il tepido latte che fluisce nella sua bocca avida, ecco il battito del cuore che avrebbe dovuto essere un legame, un’assicurazione del rapporto con l’utero materno; la sua sia pur scarsa capacità visiva riesce a percepire del movimento. Anche il tono della voce è quello giusto. C’è soltanto la stoffa e un certo odore (sua madre usa l’acqua di Colonia) che lasciano alquanto a desiderare. Succhia e quando si sente sazio e beato, si assopisce. Al risveglio si ritrova in un inferno. Non v’è memoria, né speranza, né pensiero alcuno che, con il ricordo della sua visita alla madre, lo possano consolare nel deserto del suo purgatorio. Passano ore e intere giornate e notti. Continua a urlare, a esaurirsi e addormentarsi. Poi si sveglia e bagna il pannolino. Ma ciò non è più associato ad alcuna sensazione di benessere. Anzi, i suoi organi interni non gli trasmettono più il piacere del sollievo, perché esso è sostituito da un dolore sempre crescente, quando l’urina calda e acida attacca il suo corpo già irritato. Urla. I suoi polmoni esausti devono urlare, per coprire quel pungente bruciore. Urla sino a che il dolore e il gridare non lo sfiniscono, prima di ricadere nel sonno. Nella clinica dov’è nato, uguale a tante altre, le zelanti infermiere cambiano i pannolini a ore fisse, senza badare se siano asciutti, appena umidi o completamente fradici; e mandano i bambini con la pelle tutta irritata a casa dove ci sarà qualcuno che ha tempo per queste cose e che lo guarirà.

Quando viene portato a casa della madre (non si può proprio dire «a casa sua»), sa già bene che cosa sia la vita. A un livello preconscio, che determinerà tutte le sue future impressioni e che a sua volta reca l’impronta di queste ultime, la vita è per lui l’esperienza di una solitudine spaventosa, dove nessuno risponde ai segnali da lui inviati, e intrisa di dolore. Ma non ha ancora desistito. Le sue forze vitali continueranno, finché in lui ci sarà un barlume di vita, a cercare di ritrovare l’equilibrio. La casa non è poi molto diversa, in fondo, dal reparto maternità della clinica, eccetto che per l’irritazione della pelle. Le ore che il lattante passa sveglio, le trascorre in ardente nostalgia, desiderio e in spasmodica attesa dello stato «adeguato», che secondo il continuum dovrebbe sostituire il vuoto e il silenzio. Per pochi minuti al giorno il suo desiderio viene soddisfatto ed è appagato anche il suo terribile bisogno di essere toccato, tenuto in braccio e portato in giro, bisogno per cui gli formicola la pelle. Sua madre si è decisa, dopo averci pensato su ben bene, a consentirgli di accostarsi al suo seno. Essa lo ama con una tenerezza a lui finora sconosciuta.

All’inizio le riesce difficile rimetterlo nel lettino dopo che ha mangiato, soprattutto perché egli grida in modo così disperato. Ma essa è persuasa di dover agire così, perché sua madre le ha detto (e deve saperlo bene) che se lei gli cede ora, lui crescerà viziato e le darà poi un sacco di problemi. Lei vuol fare le cose giuste; per un rapido istante avverte che la piccola vita che tiene in braccio è più importante di ogni altra cosa al mondo. Sospira e lo depone dolcemente nel suo lettino, decorato con ochette gialle e intonato a tutta la cameretta. Ci ha lavorato molto e l’ha arredata con tende vaporose, un tappeto a forma di panda gigante, un bianco tavolinetto da toilette, il bagnetto e il fasciatoio. Ci sono anche borotalco, olio, saponetta, shampoo e spazzola per capelli… il tutto confezionato con i colori pastello della «linea neonato». Alle pareti pendono quadretti che raffigurano graziosi animaletti vestiti in fogge umane. Il comò trabocca di camicini, tutine, babbucce, cuffiette, guantini e pannolini. In un angolo, in alto, si vedono una pecora di lana e un vaso di fiori, che sono stati recisi perché la mamma «ama» anche i fiori. Accomoda il camicino al piccolo e lo copre con un lenzuolino ricamato e una coperta che porta le sue iniziali. Lo osserva con compiacimento. Nulla è stato tralasciato, affinchè la camera del bambino fosse arredata di tutto punto, anche se lei e il suo giovane marito non possono ancora permettersi di comperare tutti i mobili che hanno progettato per le altre camere. Si china sul lattante e lo bacia sulla guancia serica; poi si avvia verso la porta, mentre il primo urlo straziante scuote il piccolo corpo. Dolcemente chiude la porta. Gli ha dichiarato guerra. Bisogna che la sua volontà si dimostri la più forte. Attraverso la porta si odono dei suoni, come se si stesse torturando qualcuno. Il suo continuum li riconosce come tali. La natura non fornisce alcun segno inequivocabile che qualcuno viene torturato, se questo non sta succedendo veramente. La cosa è davvero seria come dimostrano le urla Ha un attimo d’esitazione. Il suo cuore si sente attirato verso di lui, ma lei resiste e se ne va. È appena stato cambiato e ha mangiato. È sicura quindi che in realtà non gli manca nulla; e lo lascia piangere finché non rimane spossato. Il piccolo si sveglia e ricomincia a urlare. La madre dà un’occhiata attraverso lo spiraglio della porta, per accertarsi che sia nella posizione giusta; ma silenziosamente, per non suscitare in lui la falsa speranza di riuscire ad attirare la sua attenzione, richiude cautamente la porta. Ritorna svelta in cucina al suo lavoro, ma lascia questa porta aperta, per poter sentire il bambino, nel caso «gli succeda qualcosa». Le urla del bambino si trasformano in un frignare sommesso. Dato che nessuno risponde, il meccanismo che attiva i suoi segnali si perde nella confusione del vuoto inanimato che lo circonda, dove da gran tempo avrebbe dovuto arrivare il sollievo. Egli si guarda intorno. Al di là delle sbarre del suo lettino c’è una parete. La luce è fioca. Lui non si può girare. Vede solo le sbarre, immobili, e la parete. Da un mondo lontano gli arrivano dei rumori senza senso. Vicino a lui tutto tace. Guarda la parete sino a che le palpebre gli si abbassano. Quando più tardi riapre gli occhi, le sbarre sono sempre là, solo la luce si è fatta più fioca.

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